Abbiamo davvero bisogno di essere sempre online?

5–7 minuti

Il confine tra presenza digitale e bisogno di esserci.

C’è una cosa che facciamo ormai quasi senza accorgercene: controlliamo.

Controlliamo Instagram.
Controlliamo WhatsApp.
Controlliamo le mail.
Controlliamo se qualcuno ha risposto.
Controlliamo se qualcuno ha visto.

E, soprattutto, controlliamo di essere ancora lì. Perché essere online oggi non significa soltanto utilizzare uno smartphone o avere un profilo social. Significa, in qualche modo, essere presenti.

Presenti nelle conversazioni.
Presenti nelle stories.
Presenti nei feed.
Presenti nelle chat di gruppo.
Presenti nella vita digitale degli altri.

E allora mi sono fatta una domanda: abbiamo davvero bisogno di essere sempre online? O abbiamo semplicemente paura di cosa potrebbe succedere se, per qualche ora, non ci fossimo?

Il problema non è essere online

Partiamo da una cosa importante: non credo che i social siano il problema. Lo dico da persona che lavora con i social, li studia, li utilizza e passa buona parte delle proprie giornate a parlare di contenuti, strategie, algoritmi e comunicazione.

Essere online può essere bellissimo.

Possiamo trovare persone con cui condividiamo passioni, imparare cose nuove, scoprire opportunità di lavoro, mantenere rapporti a distanza, raccontare quello che facciamo.

Il problema arriva quando la presenza digitale smette di essere una scelta e diventa un automatismo.

Quando prendiamo il telefono non perché abbiamo qualcosa da dire o da cercare, ma perché abbiamo bisogno di vedere se è successo qualcosa. E quel “qualcosa” spesso è semplicemente… niente. Eppure continuiamo a controllare.

La paura di perdersi qualcosa

C’è una parola che descrive bene questa sensazione: FOMO. Fear Of Missing Out. La paura di perderci qualcosa.

Un evento a cui non siamo andati.
Una conversazione che sta avvenendo senza di noi.
Una storia pubblicata da qualcuno.
Una notizia.
Un’opportunità.
Una battuta nel gruppo WhatsApp.

Sembra quasi che il mondo digitale ci dica continuamente: “Se non ci sei adesso, potresti perderti qualcosa.”

E così ci abituiamo a esserci. Sempre.

Anche quando siamo a cena.
Anche quando siamo in vacanza.
Anche quando siamo sul divano.
Anche quando siamo stanchi.

A volte persino quando non abbiamo niente da pubblicare, sentiamo comunque il bisogno di guardare cosa stanno pubblicando gli altri. È curioso, no? Non abbiamo nulla da dire, ma abbiamo comunque bisogno di esserci.

Essere presenti non significa necessariamente partecipare

Questa forse è la parte più strana. Possiamo passare ore online senza partecipare davvero a nulla.

Guardiamo decine di stories senza rispondere.
Scorriamo centinaia di contenuti senza ricordarne quasi nessuno.
Leggiamo messaggi senza avere voglia di rispondere.
Mettiamo qualche like distrattamente.

Siamo connessi, ma non necessariamente presenti. E forse è proprio qui che dovremmo iniziare a distinguere due concetti: presenza digitale e bisogno digitale.

La presenza è quando scelgo di esserci. Il bisogno è quando sento che devo esserci. La differenza sembra piccola, ma cambia completamente il rapporto che abbiamo con la tecnologia.

E se sparissi per un po’?

Prova a fare un piccolo esperimento. Immagina di non pubblicare niente per una settimana.

Niente stories.
Niente post.
Niente aggiornamenti.

Probabilmente nessuno si preoccuperà. E questa, lo so, può essere una frase abbastanza brutale. Ma anche liberatoria. Perché siamo portati a pensare che gli altri siano molto più attenti alla nostra presenza digitale di quanto, in realtà, siano.

Pensiamo: “Chissà se si accorgeranno che non ho pubblicato.” “Chissà cosa penseranno.” “Sembrerà che non stia facendo niente.” “Devo far vedere che ci sono.”

Ma mentre noi siamo impegnati a costruire la nostra presenza online, gli altri stanno facendo esattamente la stessa cosa con la propria. E spesso non hanno il tempo di accorgersi della nostra assenza.

Il paradosso dell’esserci

I social ci hanno insegnato che per essere ricordati dobbiamo essere presenti. E in parte è vero.

Un brand che sparisce completamente dai social rischia di perdere visibilità.
Un professionista che comunica il proprio lavoro può creare opportunità.
Un’attività che racconta ciò che fa può costruire una relazione con il proprio pubblico.

La presenza conta. Ma c’è un paradosso. Se cerchiamo continuamente di essere presenti, rischiamo di diventare invisibili. Perché quando tutto viene pubblicato, tutto raccontato, tutto condiviso, tutto diventa rumore. Forse non abbiamo bisogno di pubblicare di più. Forse abbiamo bisogno di avere qualcosa di più interessante da dire.

Anche i brand hanno bisogno di respirare

Questa cosa vale anche per chi lavora con i social. Siamo abituati a parlare di calendario editoriale, frequenza di pubblicazione, continuità, engagement.

“Devi pubblicare con costanza.” “Non puoi sparire.” “L’algoritmo ti penalizza.” E quindi si finisce facilmente in una specie di catena di montaggio:

Lunedì: post.
Martedì: stories.
Mercoledì: reel.
Giovedì: altro contenuto.
Venerdì: qualcosa perché “non possiamo saltare il giorno”.

Ma siamo sicuri che ogni contenuto debba necessariamente esistere? Io non credo. Credo che la costanza sia importante, ma che la costanza senza senso diventi solo rumore. Non dobbiamo esserci perché abbiamo paura di sparire. Dobbiamo esserci quando abbiamo qualcosa che vale la pena condividere.

E forse vale anche per noi

Alla fine, però, la domanda non riguarda soltanto i social. Riguarda noi. Quanto spesso sentiamo il bisogno di dimostrare che stiamo facendo qualcosa?

Una vacanza deve essere fotografata.

Una cena deve essere raccontata.

Un traguardo deve essere pubblicato.

Un nuovo progetto deve essere annunciato.

Un momento bello deve diventare una story.

E attenzione: non c’è niente di male nel voler condividere. Il problema nasce quando viviamo qualcosa e, contemporaneamente, pensiamo già a come raccontarlo. Quando non siamo più completamente dentro al momento perché una parte della nostra attenzione è già fuori.

A osservare come apparirà.

A immaginare cosa penseranno gli altri.

A controllare le reazioni.

Forse dovremmo riscoprire il diritto a non esserci

Non pubblicare.

Non rispondere immediatamente.

Non sapere cosa stanno facendo tutti.

Non controllare il telefono ogni dieci minuti.

Non avere sempre qualcosa da mostrare.

Non essere raggiungibili in ogni momento.

Non è sparire. È semplicemente ricordarsi che esiste anche una vita che non ha bisogno di essere documentata. E forse, paradossalmente, proprio quando smettiamo di preoccuparci così tanto della nostra presenza online, iniziamo a essere più presenti nella nostra vita offline.

Perché non tutto deve diventare contenuto.

Non tutto deve generare una reazione.

Non tutto deve essere visto.

Alcune cose possono semplicemente succedere. E rimanere nostre.

Quindi, abbiamo davvero bisogno di essere sempre online?

No.

Abbiamo bisogno di comunicare.
Abbiamo bisogno di relazioni.
Abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa.

Ma non necessariamente abbiamo bisogno di essere costantemente disponibili, visibili e aggiornati. Forse il vero equilibrio non è scegliere tra online e offline. È imparare a decidere quando esserci e quando no.

Perché essere sempre presenti non significa necessariamente essere importanti. E qualche volta, saper sparire per un po’ non è assenza.

È libertà.

E forse la domanda più interessante da farci non è: “Cosa succede se non pubblico?”

Ma: “Cosa succede se, per una volta, non mi importa che qualcuno mi veda?”

COMMUNITY

La conversazione

0 commenti

Non ci sono ancora commenti. Inizia tu la conversazione.