Scroll infinito, attenzione e bisogno continuo di stimoli.
Sei in fila al supermercato. Davanti a te ci sono due persone.
Non stai aspettando una telefonata. Non hai un messaggio urgente a cui rispondere. Eppure il telefono è già in mano.
Apri Instagram. Un video, una ricetta, qualcuno che racconta la sua giornata, una polemica di cui fino a trenta secondi fa ignoravi l’esistenza.
Poi arriva il tuo turno e quasi ti dispiace dover interrompere. Non cercavi niente in particolare. Dovevi soltanto aspettare.
Ed è proprio questo che mi fa pensare: quando abbiamo iniziato a considerare anche due minuti di attesa qualcosa da riempire?
Non parlo delle giornate interminabili, delle riunioni che potevano essere una mail o dei pomeriggi in cui non sappiamo davvero cosa fare. Parlo di quei piccoli spazi tra una cosa e l’altra. L’acqua che deve bollire. Un’amica che arriva in ritardo. Gli ultimi dieci minuti prima di uscire.
Momenti in cui non succede granché. E nei quali, forse, non dovrebbe per forza succedere qualcosa.
Appena c’è un vuoto, lo riempiamo
Il telefono ci offre una soluzione immediata a quasi ogni attesa. Possiamo leggere, ascoltare musica, scrivere a qualcuno, guardare qualcosa che ci interessa.
È una possibilità bellissima. Aspettare un treno mentre parliamo con una persona lontana non è certamente un problema. Ma tra scegliere come passare il tempo e aprire un’app senza nemmeno sapere perché c’è una differenza.
A volte prendiamo il telefono per controllare l’ora e ci ritroviamo a guardare un video. Poi chiudiamo tutto e ci accorgiamo di non sapere ancora che ore siano. Fa sorridere perché è una scena in cui è facile riconoscersi. Ma racconta anche un gesto che può precedere la nostra intenzione: prima sblocchiamo lo schermo, poi troviamo qualcosa da farci.
Il momento vuoto non ha neppure il tempo di diventare noioso. Lo abbiamo già occupato.
Scorriamo, ma ci stiamo divertendo?
C’è una domanda che secondo me vale la pena farsi, ogni tanto, mentre il pollice continua a muoversi: quello che sto guardando mi interessa davvero?
Non deve necessariamente insegnarci qualcosa. Ridere per un video sciocco è un ottimo modo di passare un minuto. Non tutto deve essere utile, formativo o culturalmente significativo. Ma può capitare di continuare a scorrere anche quando non stiamo ridendo, non siamo particolarmente curiosi e niente ci sta coinvolgendo.
Il video dopo, magari, sarà più interessante.
Oppure quello dopo ancora.
Con lo scroll infinito manca una fine evidente. Non c’è l’ultima pagina da girare o la puntata che si conclude. Il contenuto successivo è già lì, disponibile.
Per continuare basta un movimento. Per fermarci dobbiamo decidere. E così possiamo passare un’intera pausa a guardare cose senza averne scelta davvero nessuna. Alla fine abbiamo riempito il tempo. Che non significa necessariamente esserci riposati, divertiti o sentiti meno annoiati.
Se qualcosa non ci prende subito, passiamo oltre
Poi magari apriamo un libro. Le prime pagine introducono un personaggio, descrivono una casa, preparano una storia. Non succede ancora niente di clamoroso. E noi guardiamo quante pagine mancano alla fine del capitolo.
Oppure scegliamo un film, ma durante una scena tranquilla prendiamo il telefono. Quando rialziamo gli occhi ci siamo persi una battuta e chiediamo: «Cos’ha detto?».
Non credo che ogni distrazione debba diventare un allarme. Ci sono la stanchezza, le preoccupazioni, le giornate pesanti. E ci sono anche libri che non ci piacciono e film poco interessanti. Però mi chiedo se, in certi momenti, non stiamo chiedendo a tutto di conquistarci immediatamente.
Una storia deve partire subito. Una spiegazione deve arrivare al punto. Anche un momento di relax deve offrirci qualcosa prima che venga voglia di cambiare.
Eppure alcune cose hanno bisogno di tempo per diventare interessanti.
Una conversazione può cominciare parlando del tempo e finire molto lontano. Una passeggiata può sembrarci insignificante finché non notiamo qualcosa. Un libro può coinvolgerci dopo qualche pagina, non necessariamente alla prima riga.
Se passiamo oltre troppo in fretta, non possiamo sapere che cosa sarebbe successo restando.
La noia non deve per forza renderci migliori
Quando si prova a difendere la noia, spesso si finisce per darle un compito.
Dovremmo annoiarci perché così diventiamo più creativi. Perché ci vengono delle idee. Perché troviamo soluzioni, elaboriamo progetti, torniamo più produttivi.
Capisco il ragionamento, ma c’è qualcosa che mi convince poco. Possibile che persino il non fare niente debba dimostrare di servire a qualcosa? Non possiamo lasciare il telefono in borsa senza aspettarci, in cambio, un’intuizione brillante?
Magari mentre guardiamo fuori dal finestrino ci viene un’idea. Magari pensiamo a cosa preparare per cena. Magari osserviamo per dieci minuti le case che passano e basta. Non dovrebbe esserci un risultato da portare a casa. Altrimenti anche la noia diventa un’attività da svolgere bene, un’altra voce nell’elenco delle cose che dovrebbero migliorare la nostra vita.
E di elenchi, probabilmente, ne abbiamo già abbastanza.
A volte il silenzio è scomodo
Naturalmente stare senza fare nulla non è sempre piacevole.
Quando smettiamo di guardare qualcosa può riaffacciarsi quella conversazione rimasta in sospeso. La preoccupazione per domani. Una decisione che continuiamo a rimandare. Oppure non emerge niente di così profondo. Ci annoiamo e basta, e la sensazione non ci piace.
È comprensibile cercare una distrazione. Non ogni video nasconde una fuga da noi stessi, e nessuno dovrebbe sentirsi in colpa perché dopo una giornata difficile preferisce qualcosa di leggero ai propri pensieri.
Però possiamo provare a riconoscere la differenza tra «adesso ho voglia di distrarmi» e «non riesco a lasciare neanche un minuto senza qualcosa da guardare».
Da fuori il gesto è identico, dentro, forse, no.
Non serve trasformare tutto in una disintossicazione
A questo punto arriva facilmente la soluzione drastica: cancellare le app, spegnere tutto, imporsi regole rigidissime. Io non credo che sia necessario trasformare il rapporto con il telefono in una gara di disciplina.
I social fanno parte anche delle cose belle delle nostre giornate. Una conversazione, una scoperta, una risata condivisa. Questo articolo, magari, lo hai trovato proprio mentre scorrevi Instagram.
La questione non è stabilire che lo schermo sia sbagliato e il resto sia automaticamente migliore. Anche una passeggiata può essere noiosa. Anche un pomeriggio online può essere pieno di incontri e idee interessanti.
Mi sembra più utile chiederci se stiamo scegliendo.
Ho aperto questa app perché desideravo guardare qualcosa, oppure perché mi sono seduta e non sapevo dove mettere le mani? Sto ancora facendo quello che volevo fare, oppure sto continuando soltanto perché non c’è niente che mi faccia fermare?
Non serve rispondere sempre nel modo giusto. Già accorgersene è diverso dal non porsi mai la domanda.
Lasciare qualche minuto così com’è
Forse potremmo cominciare da un’attesa piccola. Il caffè che deve arrivare. Qualche minuto prima di un appuntamento. Il tempo che passa mentre aspettiamo qualcuno. Senza tirar fuori subito il telefono. Ma anche senza obbligarci a meditare, respirare in un certo modo o trovare una riflessione importante.
Aspettare e basta.
Guardarci intorno. Cambiare posizione sulla sedia. Pensare a qualcosa e poi a qualcos’altro. Magari annoiarci un po’. E scoprire che non è successo niente di grave.
Non dobbiamo amare la noia, né cercarla a tutti i costi. Possiamo semplicemente smettere di trattarla come un inconveniente da eliminare all’istante.
Perché una giornata può contenere anche qualche minuto che non ci intrattiene, non ci insegna niente e non merita di essere raccontato.
Un minuto normale, tra due cose normali.
Il prossimo video può aspettare. Anche noi.
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