Personal branding, autorevolezza e quella sensazione che online tutti abbiano sempre qualcosa da insegnare.
Apri LinkedIn e qualcuno ti spiega come dovresti lavorare.
Apri Instagram e qualcuno ti spiega come dovresti vivere.
Apri TikTok e, nel giro di dieci minuti, scopri come dovresti mangiare, allenarti, organizzare la giornata, gestire i soldi, scegliere le persone da frequentare, dormire meglio, essere più produttivo e probabilmente anche piegare le magliette nel modo corretto.
C’è sempre qualcuno che sa, qualcuno che ha trovato il metodo. La strategia. Le cinque cose che stai sbagliando. Le sette abitudini che hanno cambiato la sua vita. Le tre lezioni che ha imparato dopo aver bevuto un caffè con un imprenditore.
E ogni tanto mi viene da chiedermi: ma quando siamo diventati tutti esperti di qualcosa?
Online sembra che non basti più fare. Bisogna anche insegnare
Una persona può avere fatto bene il proprio lavoro per vent’anni senza avere mai sentito il bisogno di spiegare agli altri come farlo. Oggi, invece, sembra quasi che l’esperienza debba necessariamente trasformarsi in contenuto.
Hai concluso un progetto? Non puoi semplicemente essere soddisfatto. Devi raccontare le 5 lezioni che quel progetto ti ha insegnato.
Hai avuto una difficoltà con un cliente? Ottimo materiale per un post su leadership, gestione dei rapporti e crescita personale.
Sei andato a correre alle sei del mattino? Probabilmente da qualche parte c’è già pronta una riflessione sulla disciplina.
Hai sbagliato qualcosa? Perfetto: “Ecco cosa ho imparato dal mio più grande fallimento.” Che, per carità, può essere interessantissimo.
Condividere esperienza e conoscenza è una delle cose belle dei social. Possiamo imparare da persone che, fino a pochi anni fa, probabilmente non avremmo mai incontrato.
Il problema forse arriva quando ogni esperienza deve per forza diventare una lezione. Perché a volte un progetto è semplicemente un progetto. Una corsa è una corsa. E un errore può essere anche solo una cosa che avremmo preferito non fare.
Il personal branding ci chiede di avere qualcosa da dire
Una parte di questa trasformazione probabilmente ha a che fare con il modo in cui abbiamo iniziato a pensare alla nostra presenza online.
Non pubblichiamo più soltanto. Ci posizioniamo. Costruiamo autorevolezza. Mostriamo competenze. Creiamo una reputazione.
Insomma: facciamo personal branding. E non c’è niente di sbagliato.
Se lavori come professionista, è perfettamente comprensibile voler far capire agli altri cosa sai fare, come lavori e su quali argomenti hai esperienza. Anzi, sarebbe strano il contrario. Ma il confine diventa interessante quando dalla necessità di raccontare quello che sappiamo passiamo alla sensazione di dover sapere qualcosa su tutto.
Succede una notizia nel nostro settore? Dobbiamo avere un’opinione.
Arriva una nuova tendenza? Serve un post.
Esce un nuovo strumento? Dobbiamo spiegare immediatamente agli altri se cambierà per sempre il nostro lavoro.
Possibilmente entro ventiquattro ore, altrimenti qualcun altro lo farà prima di noi. E così online non sembra esserci molto spazio per una frase semplicissima: “Non ne so abbastanza per parlarne.” Che, paradossalmente, potrebbe essere una delle frasi più autorevoli che possiamo pronunciare.
Anche l’esperienza personale è diventata una qualifica
C’è poi una dinamica ancora più interessante. Abbiamo vissuto qualcosa una volta e immediatamente possiamo raccontare agli altri come affrontarla.
Abbiamo cambiato lavoro? Ecco come capire quando è il momento di lasciare il proprio posto.
Abbiamo iniziato ad allenarci? Ecco le regole per trovare finalmente la motivazione.
Abbiamo attraversato un periodo complicato? Ecco come cambiare vita.
Abbiamo aperto una partita IVA da sei mesi? Probabilmente siamo già pronti a spiegare cosa significa essere freelance.
Ovviamente le esperienze personali hanno valore. Anzi, spesso sono proprio i racconti personali quelli che leggiamo più volentieri. Il problema nasce quando smettiamo di presentarli per ciò che sono — esperienze — e iniziamo a presentarli come regole. “Io ho fatto così” diventa facilmente “si fa così”. Sono due frasi molto diverse.
La prima racconta.
La seconda insegna.
E forse sui social abbiamo iniziato a confonderle un po’.
Il formato stesso ci spinge verso le certezze
Anche perché diciamolo: la sicurezza comunica benissimo.
“Dipende” non è un grande titolo.
“Potrebbe funzionare in alcune situazioni, ma servirebbero più informazioni” difficilmente diventerà virale.
Molto meglio: NON FARE MAI QUESTO.
Oppure: SE FAI ANCORA COSÌ STAI SBAGLIANDO.
O il grande classico: NESSUNO TE LO DICE, MA…
Che personalmente mi fa sempre sorridere, perché subito dopo di solito arriva una cosa che stanno dicendo altre quarantasette persone.
Le sfumature sono meno immediate, le certezze attirano. E così un mondo complicato viene continuamente trasformato in slide da dieci secondi.
Tre errori… Cinque consigli… Sette regole… Un metodo definitivo… Salva il post.
Il problema è che la vita, il lavoro e le persone hanno questa fastidiosa tendenza a non stare comodamente dentro cinque punti.
E poi arrivano i guru
Prima o poi, parlando di questo argomento, bisogna arrivarci.
Il guru.
Quella figura quasi mitologica che ha capito una cosa che tutti gli altri ignorano e ora, fortunatamente, ha deciso di raccontarcela. Di solito molto lentamente in un video. Magari camminando. A volte entrando in macchina. Non ho mai capito perché certe grandi verità professionali arrivino sempre mentre qualcuno sta aprendo la portiera di un SUV, ma evidentemente aiuta la concentrazione.
Naturalmente sto scherzando. O almeno in parte. Perché il vero problema non sono le persone competenti che condividono quello che sanno. Quelle sono utilissime. Il problema è che online competenza e capacità di comunicare competenza non sono necessariamente la stessa cosa.
Una persona può sapere moltissimo ed essere poco efficace nel raccontarlo. Un’altra può sapere molto meno ed essere bravissima a sembrare autorevole.
Bella grafica… Voce sicura… Una frase forte… Un buon montaggio… Qualche parola inglese al punto giusto.
Ed ecco che, mentre scorriamo, distinguere le due cose non è sempre immediato.
Forse abbiamo iniziato a confondere autorevolezza e sicurezza
Chi parla con sicurezza ci rassicura. Sembra sapere dove sta andando.
Ma una persona competente, spesso, sa anche quante eccezioni esistono. Sa che dipende dal contesto. Sa che quello che ha funzionato per lei potrebbe non funzionare per tutti. Sa dire:
- “Su questo non sono sicuro.”
- “Dovrei approfondire.”
- “Questa è la mia esperienza, non una regola.”
Sono frasi meno spettacolari. Ma forse dovremmo iniziare a considerarle più interessanti.
Perché essere autorevoli non significa necessariamente avere una risposta per qualsiasi cosa. A volte significa sapere dove finiscono le proprie competenze.
Non dobbiamo smettere di condividere quello che sappiamo
Naturalmente la soluzione non è trasformare i social in un enorme: “Non sono sicuro, quindi non dico niente.” Sarebbe un peccato.
Ci sono professionisti, divulgatori e persone comuni da cui possiamo imparare tantissimo. Ci sono post che fanno nascere idee. Video che spiegano cose complicate in modo semplice. Esperienze personali che ci aiutano a vedere un problema da un altro punto di vista.
Il fatto che tutti possano condividere conoscenze è anche una delle cose più interessanti di internet.
Forse dobbiamo soltanto recuperare una piccola distinzione.
Condividere non significa necessariamente insegnare.
Possiamo dire:
- “Questa cosa ha funzionato per me.”
- “Nel mio lavoro ho notato questo.”
- “Sto ragionando su questa possibilità.”
- “Non ho ancora una risposta, ma mi interessa la domanda.”
Non tutti i post devono finire con una morale. Non tutte le esperienze devono diventare un metodo. Non tutte le opinioni devono essere definitive.
Forse il personal branding migliore lascia spazio anche ai dubbi
Per anni abbiamo associato il personal branding all’idea di mostrarci competenti. Ed è corretto. Se qualcuno deve scegliere di lavorare con noi, è abbastanza normale che voglia capire se sappiamo fare il nostro mestiere.
Ma essere competenti non significa sembrare infallibili. Anzi.
Personalmente trovo molto più interessante una persona capace di spiegare bene quello che sa e, contemporaneamente, di riconoscere quello che non sa. Perché forse il punto non dovrebbe essere costruire online la versione di noi che ha sempre la risposta giusta. Dovrebbe essere permettere agli altri di capire come ragioniamo. E nel modo in cui ragioniamo possono esserci anche dubbi, domande e opinioni che cambiano.
Non è un difetto del personal brand. È probabilmente una delle cose che lo rende umano.
Quindi, quando siamo diventati tutti esperti?
Forse quando abbiamo capito che online la competenza si può raccontare. Poi abbiamo scoperto che raccontarla può portare attenzione, opportunità, clienti, visibilità. E da lì il passo tra “ho qualcosa da condividere” e “devo avere qualcosa da insegnare” è diventato molto corto.
Così oggi abbiamo esperti di produttività, relazioni, leadership, comunicazione, alimentazione, carriera, felicità, organizzazione e sicuramente qualcuno che potrebbe spiegarmi perché sto piegando male gli asciugamani da tutta la vita.
E va bene.
Continueremo a leggere, guardare, imparare e probabilmente anche salvare quei post che poi non apriremo mai più. Ma ogni tanto, in mezzo a tutte queste certezze, forse possiamo concederci anche qualcosa di diverso.
Una domanda senza risposta. Un’esperienza senza morale. Un’opinione detta con un “secondo me”. O addirittura la frase più rivoluzionaria di tutte: “Non lo so.” Che online, ormai, potrebbe essere il personal branding più sorprendente di tutti.
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