Una riflessione sui social, sul bisogno di essere visti e su quella piccola soddisfazione che arriva quando sotto un post compare un numero più alto di quello che speravamo.
Ieri ho pubblicato una cosa. Niente di particolarmente importante. Nessuna campagna milionaria, nessun contenuto destinato a cambiare il mondo. Un semplice post. Eppure, qualche minuto dopo, ho fatto quella cosa che probabilmente facciamo in tantissimi: ho riaperto Instagram per controllare.
Un like.
Poi un altro.
Una persona che seguo da tempo ha messo un cuore.
Poi ho richiuso.
Dopo qualche minuto ho riaperto.
Ancora.
E lì mi sono fermata a pensare: perché lo faccio?
Non avevo bisogno di sapere se il post fosse andato bene. O meglio, non avevo bisogno di saperlo in quel momento. Eppure volevo saperlo. Perché quel numero, apparentemente insignificante, racconta qualcosa. O almeno ci sembra che lo faccia. Ci dice se siamo stati visti. Se siamo piaciuti. Se quello che abbiamo fatto ha avuto una qualche forma di approvazione.
E allora mi è venuta una domanda che, da persona che lavora con i social, trovo quasi scomoda da fare: Se nessuno potesse mettere like ai nostri post, continueremmo comunque a pubblicare?
Il like non è solo un like
Quando lavori con i social impari presto a guardare i numeri: Reach, Impression, Interazioni, Salvataggi , Condivisioni, Click, Follower…
Sono dati importanti. Servono per capire cosa funziona, cosa non funziona, dove stiamo andando e, soprattutto, se una strategia sta raggiungendo gli obiettivi che ci siamo dati. Il problema nasce quando smettiamo di vedere quei numeri come strumenti e iniziamo a vederli come giudizi.
Un post fa 2.000 visualizzazioni: bene.
Un altro ne fa 300: male.
Un reel riceve tanti commenti: fantastico.
Un altro viene ignorato: forse non siamo abbastanza bravi.
Ed è qui che secondo me i social diventano interessanti. Perché non stiamo più parlando soltanto di marketing, stiamo parlando di noi. Del nostro bisogno di approvazione, del confronto, della paura di essere ignorati, del desiderio, molto umano, di sentirci considerati.
Il problema non è voler essere apprezzati
Non credo che ci sia niente di strano nel voler ricevere un like, siamo esseri umani. Se raccontiamo qualcosa, probabilmente una piccola parte di noi spera che qualcuno ascolti. Se facciamo una fotografia, speriamo che qualcuno la trovi bella. Se scriviamo qualcosa, ci fa piacere che qualcuno ci dica: “Mi ci ritrovo”.
Il problema non è questo. Il problema è quando iniziamo a confondere l’apprezzamento con il valore.
Un post che non funziona non significa necessariamente che sia brutto. Un reel che riceve poche visualizzazioni non significa che siamo incapaci. Un profilo con pochi follower non significa che il nostro lavoro valga meno. Eppure, sui social, è facilissimo dimenticarlo perché tutto sembra misurabile, e quando qualcosa è misurabile, tendiamo a trasformarlo in una classifica.
Chi ha più follower.
Chi ha più clienti.
Chi fa più visualizzazioni.
Chi pubblica di più.
Chi sembra più sicuro.
Chi sembra più felice.
E improvvisamente non stiamo più semplicemente guardando Instagram, stiamo guardando la nostra posizione rispetto agli altri.
La trappola del confronto
C’è una cosa che trovo affascinante: sappiamo perfettamente che i social non mostrano tutta la realtà. Lo sappiamo.
Sappiamo che una fotografia può essere scattata dopo venti tentativi. Sappiamo che una persona può raccontare solo le cose belle. Sappiamo che dietro un profilo professionale ci sono ore di lavoro, strategie, persone che aiutano, fotografi, consulenti, budget pubblicitari. Sappiamo tutto.
E nonostante questo, quando guardiamo gli altri, tendiamo comunque a confrontare il loro risultato finale con il nostro dietro le quinte. Ed è una gara persa in partenza.
Io vedo il tuo reel perfetto. Tu magari, cinque minuti prima, hai registrato dodici volte la stessa frase.
Io vedo il tuo ufficio bellissimo. Tu magari hai passato tre giorni a sistemare quella stanza prima di fare la fotografia.
Io vedo il tuo successo. Tu conosci anche tutte le volte in cui hai pensato di mollare.
Ma sui social queste cose non si vedono e così finiamo per chiederci: “Perché io non sono così?”. Forse perché nessuno è così. O, meglio, nessuno lo è per tutto il tempo.
E poi c’è la famosa costanza
“Devi essere costante.” Quante volte l’abbiamo sentito?
Pubblica.
Fai reel.
Crea contenuti.
Parla con il tuo pubblico.
Non sparire.
Sii presente.
Sii autentico.
Sii interessante.
Sii utile.
Sii riconoscibile.
Possibilmente tutto insieme. A volte penso che abbiamo trasformato anche i social in una specie di palestra della produttività. Se non pubblichi, ti senti in colpa. Se pubblichi poco, pensi di essere indietro. Se un contenuto non funziona, vuoi capire perché. Se funziona, devi replicarlo.
E mentre cerchiamo continuamente di migliorare la nostra presenza online, rischiamo di dimenticare una domanda molto più semplice: Ma io, davvero, cosa voglio dire?
Non “cosa devo pubblicare?”. Non “cosa vuole l’algoritmo?”. Non “cosa funziona?”. Cosa voglio dire?
Forse dovremmo pubblicare anche quando nessuno guarda
Non significa ignorare le metriche. Se gestisci un’attività, sarebbe assurdo dire il contrario, i numeri servono.
Una strategia senza dati è un po’ come guidare con gli occhi chiusi e sperare che la strada vada nella direzione giusta. Ma credo che dovremmo imparare a tenere separate due cose: il valore del contenuto e la sua performance. Non sempre coincidono.
A volte un contenuto fa pochissime visualizzazioni e arriva alla persona giusta. A volte un reel esplode e dopo qualche giorno non ricordiamo nemmeno perché. A volte un post che pensavamo fosse fondamentale passa inosservato. E a volte quello che abbiamo pubblicato quasi per caso diventa il contenuto più apprezzato.
I social sono strani anche per questo. Non sono completamente sotto il nostro controllo e forse una parte della nostra frustrazione nasce proprio dal fatto che vorremmo controllarli. Vorremmo sapere prima cosa funzionerà, sapere chi ci guarderà, sapere quanti like arriveranno, poter evitare di sentirci ignorati. Ma non funziona così.
Quindi: continueresti a pubblicare?
Io non ho una risposta definitiva e forse è proprio questa la cosa interessante. Mi piace pensare che, se togliessimo per un momento tutti i numeri, rimarrebbe una domanda molto più autentica: “Questa cosa che sto pubblicando, la pubblicherei comunque perché penso che valga la pena dirla?”
Se la risposta è sì, allora forse abbiamo trovato qualcosa. Non necessariamente un contenuto virale, qualcosa di più difficile da misurare.
Una voce.
Un punto di vista.
Un modo personale di stare online.
Perché alla fine credo che il vero rischio dei social non sia avere pochi like. È iniziare a parlare soltanto per riceverli.
E allora forse, ogni tanto, dovremmo pubblicare qualcosa senza controllare subito quante persone hanno reagito. Dire quello che vogliamo dire, chiudere l’app e lasciare che, per una volta, il nostro valore non dipenda da quello che succede dall’altra parte dello schermo.
E tu?
Se nessuno potesse mettere like ai tuoi post, continueresti comunque a pubblicare?
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